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Il 25
giugno 2008 si è svolta presso la Pieve di Cascia - Reggello
(Firenze) una conferenza sul restauro del Tabernacolo di Santa Tea.
Il tabernacolo campestre racchiude affreschi databili
intorno al 1500 e attribuibili alla Scuola del Ghirlandaio.
Nella
conferenza, promossa dal “Comitato per il Restauro”sono
intervenuti:
Prof. Giuseppe Tartato:
"Arte,
storia e pietà popolare. I Tabernacoli".
Prof. Alessandra Ceccherelli:
"Analisi
estetica dell'affresco del Madonnino di Santa Tea" .
Simone Vettori, Restauratore Ikonos:
"Note
sull'intervento di restauro".
Di
seguito riportiamo la relazione della Prof. Alessandra
Ceccherelli che attribuisce l’affresco alla Scuola del
Ghirlandaio e stabilisce la sua realizzazione intorno al
1510:
“IL TABERNACOLO DI S. TEA: UN’OPERA DEL RINASCIMENTO
Traccerò un breve profilo della storia artistica di Firenze
nella seconda metà del ‘400, per introdurvi in quelle
che erano le circostanze culturali nelle quali anche
quest’opera, seppur di autore minore è maturata.
La produzione artistica nel ‘400 si attua attraverso la
"bottega", luogo preposto alla realizzazione di lavori
artigianali, oltre che di pittura e scultura. Il ruolo
dell’artista nel ‘400 esce dal connotato di semplice
artigiano per divenire dopo la disputa delle arti
un vero intellettuale in grado di trasmettere idee e
nuove tendenze culturali.
Le influenze artistiche in questo periodo sono molteplici
perché dalle botteghe, ad esempio quella del Pollaiolo o
quella del Verrocchio, le più importanti a Firenze
intorno al 1460, escono artisti come Leonardo, Perugino
e successivamente, dalla bottega del Ghirlandaio,
sorgerà il genio di Michelangelo e tutti gli artisti si
metteranno in rapporto dialettico tra di loro, grazie
anche alla figura fondamentale di Lorenzo Il Magnifico.
Grande diplomatico e politico, a noi interessa quella
parte di lui che svolge un ruolo determinante
nell’ambiente dell’arte. Lorenzo ha una cerchia
intellettuale che attraverso il neoplatonismo di
Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, crea una
corrente filosofica dal forte accento estetizzante, cioè
attraverso l’immagine del bello si afferma il valore
dello spirito sulla materia. E’ in questo periodo che
l’arte ripropone la cultura antica e lo fa attraverso
temi mitologici e allegorie, con significati simbolici e
filosofici: vediamo l’opera del Botticelli ad esempio,
di Piero di Cosimo o Filippino Lippi. Si distaccherà da
questo Leonardo che non ama l’intellettualismo, ma
l’indagine naturalistica, l’esperienza empirica che
passa attraverso i sensi, per arrivare poi a quella
coscienza suprema che ritroveremo nella Gioconda ed in
altre opere leonardesche.
Vi sono in taluni casi collaborazioni tra artisti, per
commissioni di affreschi, che riguardano ville e chiese,
ed è proprio in tale eclettismo che si forma la bottega
del Ghirlandaio.
Torniamo un poco indietro e vediamo come si forma
l’artista: nato nel 1449 a Firenze, figlio di Tommaso
Bigordi detto il Ghirlandaio perché inventò ghirlande
che ornavano la fronte delle fanciulle fiorentine.
Il padre iniziò Domenico all’oreficeria ma lui preferiva
disegnare e ritraeva tutti quelli che passavano. Messo a
bottega dal Baldovinetti potè acquisire la tecnica
dell’affresco e le prime opere, S.Andrea a Cercina,
S.Andrea a Brozzi, Cappella Vespucci a Ognissanti, sono
tutte realizzate con tale tecnica. (Ricordiamo, per chi
non lo sapesse, che lavorare a fresco richiede grande
maestria in quanto si dipinge sull’intonaco fresco,
appunto, e ciò non concede la possibilità d’errore o
correzione, il colore penetra nell’intonaco che fa da
fissante e quando questo si secca non si può più
lavorare).
Gli artisti che hanno influenzato il Ghirlandaio sono
molti, certamente guardò a Masaccio per le grandi masse
monumentali, al Pollaiolo e Andrea del Castagno per lo
studio plastico delle figure, ma anche al Verrocchio per
la statica monumentalità. L’esempio di questi artisti fa
parte del linguaggio figurativo di Domenico e
l’attenzione al disegno lo affianca al Perugino. La sua
bottega è ricca di collaboratori dai fratelli David e
Benedetto, Bastiano Mainardi che sposò Alessandra
sorella di Domenico, Francesco Granacci, Niccolò Cieco,
Jacopo del Tedesco, Jacopo dell’Indaco, Baldino
Baldinelli, Michelangelo Buonarroti. Il Ghirlandaio si
raccomanda di non rifiutare mai un lavoro e lui stesso
viene indicato dal padre come pittore che non a’
luogo fermo, in altro documento è scritto è
dipintore qua e là, non tien bottega. All’inizio
lavora nei dintorni di Firenze, Cercina, Brozzi,
Passignano, San Gimignano, ma dopo aver acquisito fama e
partecipato alla decorazione della Cappella Sistina, nel 1482, lavora esclusivamente a Firenze.
Vi presento alcune opere rilevanti del Ghirlandaio: “S.
Fina” alla Collegiata di San Gimignano, in particolare
“San Gregorio annuncia la morte a Santa Fina”.
Immagine 1:
vediamo la semplicità compositiva della scena narrata con
equilibrio. La luce è l’elemento unificante della
visione, dove ritorna qualcosa della semplicità tonale
di Domenico Veneziano.
Immagine 2:
“Madonna in trono tra angeli e Santi”, dipinta per
l’altare Maggiore della Chiesa di San Giusto alle Mura,
oggi agli Uffizi, tutti i motivi ricercati dall’artista
si compongono in una visione serena, vi compaiono molti
dettagli, come nel tappeto orientale con il vaso di
fiori in primo piano, nelle vesti, i ricami, nella
lucente armatura si avverte l’influsso del naturalismo
nordico.
Immagine 3:
“Ultima Cena”, al Convento di S. Marco del 1482,
Ghirlandaio qui ripete la composizione affrescata nel
1480 nel Refettorio di Ognissanti, privandola di ogni
drammaticità. Ha raggiunto una grande capacità tecnica
che gli consente anche nell’affresco le più sottili
variazioni cromatiche e descrittive.
Immagine 4:
questo è un particolare della "Chiamata di Pietro e Andrea" a
Roma nella Cappella Sistina, qui volevo farvi vedere
l’impostazione delle figure nella monumentalità
dell’esecuzione dei panneggi, nella posa e atteggiamento
dei volti.
L’intento di Domenico è di tipo naturalistico, molto
rappresentativo per ambientazioni e costumi della
Firenze contemporanea, nel carattere individuale dei
ritratti, dove l’indagine psicologica li rende tutti
diversi e nella raffigurazione dei personaggi noti
dell’epoca.
I volumi plastici alludono all’essenzialità “moderna” di
Masaccio, è la luce che scandisce i volumi e il segno
vivace di contorno viene frenato dalla monumentalità
delle forme. L’intenzione di Domenico è decorativa,
privo di impegno morale non ha interesse ad accostarsi
ai fatti sociali e politici del tempo, ma è comunque
considerato dal Vasari come uno de’ principali e più
eccellenti maestri dell’età sua, per la virtù e la
grandezza dell’opere.
Il Ghirlandaio muore di peste nel 1494. Nel 1491 Gerolamo
Savonarola viene eletto priore di S. Marco, nel 1492
muore Lorenzo Il Magnifico. Il clima sociale a Firenze
cambia, Savonarola si rivolge con le sue prediche
soprattutto al ceto artigiano, non all’aristocrazia
feudale che contrastava i suoi sforzi insieme all’alta
borghesia. Nonostante la sua mentalità fosse medievale,
il Savonarola viveva nel mondano Rinascimento e sul filo
del suo pensiero, solo in parte neoplatonico e per di
più medievale, afferma che la pittura deve essere “la
Bibbia” degli analfabeti, così decide di eliminare dalle
chiese quelle opere considerate mondane o sconvenienti,
e anche le opere mediocri in quanto possono suscitare il
riso nello spettatore. Alcuni artisti saranno
influenzati notevolmente dal pensiero del Savonarola ad
esempio l’ultimo Botticelli che ritorna ad un rigore
morale e stilistico, allontanandolo dagli artisti che
faranno la storia del ‘500 e cioè: Leonardo,
Michelangelo e Raffaello.
Ricordiamo però che anche lo stesso Michelangelo assiste
alle prediche del Savonarola ed anche lui avrà un
percorso artistico travagliato, che giungerà a quel
drammatico epilogo nel Giudizio Universale della
Cappella Sistina.
Questo è stato un brevissimo accenno ad alcuni dati che
hanno caratterizzato il nostro Rinascimento.
Adesso passiamo invece all’analisi del nostro affresco nel
Tabernacolo di Santa Tea
(immagine 5)
che comunque non ci farà uscire da
tale contesto, visto che la datazione si può far
risalire intorno al 1510, di scuola del Ghirlandaio, si
tratta del Matrimonio Mistico di Santa Caterina
d’Alessandria, con i Santi Giovanni Battista, Pietro,
Francesco e probabilmente Giovenale.
Una delle caratteristiche dell’immagine che mi ha portato a
datarla ai primi anni del ‘500, è la costruzione
piramidale delle figure, questa è stata l’innovazione
che ha portato Leonardo da Vinci nella sua Vergine delle
Rocce
(immagine 6),
commissionata nel 1483 dalla Confraternita della
Concezione di Milano. Tale struttura ha avuto poi
riscontro in tutti gli artisti rinascimentali, basti
pensare a Michelangelo e Raffaello.
Inizierei la nostra analisi estetica con il volto della
Vergine,
(immagine 7)
l’inclinazione della testa, la posa di 3/4, lo sguardo
serafico, assente rispetto al contesto, induce ad una
profonda calma. Nell’arco sopraccigliare, nella linea
del naso, nel lacrimatoio così ben definito, nella linea
modulata del labbro superiore della bocca, nella
sintesi dell’ombreggiatura del mento e della gota,
ritroviamo la lezione del Ghirlandaio.
Vediamo due immagini: il ”Ritratto di Giovane Donna” ed il
”San Giuliano” della “Madonna in trono con
Bambino”, vedete la similitudine di atteggiamento e
stile.
Andiamo alla prossima immagine
(immagine 10) .
Il collo, nell’elasticità e
modellato, richiama Botticelli. Il velo ci fa pensare al
canone classico masaccesco, dato che dal Lippi in poi si
adorna la Vergine con veli sottili, trasparenti e
impreziositi, la monumentalità delle spalle espanse, in
una massa plastica che prosegue e si congiunge in un linearismo continuo al Bambino Gesù che, con gesto
dinamico, scattante, si protende verso la Santa, in un
guizzo che unisce le mani nel dono dell’anello che non
sempre è visibile. Il gesto amichevole e protettivo
della mano della Vergine sul braccio di Caterina
conchiude l’atto che si sta svolgendo.
La centralità e la posa così particolare del Bambino Gesù,
anch’esse ci parlano del primo ‘500, perché tale
dinamismo si può far risalire ancora a Leonardo e
senz’altro alle prime opere fiorentine di Michelangelo,
mi riferisco in particolare al Tondo Taddei del 1502
(immagine 11).
Vediamo l’immagine di Leonardo da Vinci, la “Madonna del
Garofano” del 1478
(immagine 12). Infine il
“Tondo Doni “ di Michelangelo del 1504
(immagine 13) .
Per
continuare la nostra analisi passiamo alla figura di
Santa Caterina d’Alessandria
(immagine 14) ,
questo è un dato certo, in quanto
è l’unica Santa che viene raffigurata già dal X°-XII°
sec. con una corona in testa, vestita di abiti
principeschi per ricordare la sua origine. Notate
infatti il ricamo damascato
nella veste che la ritrae. Spesso è raffigurata con una
ruota, la spada, la palma o il libro che tiene in mano,
i primi due elementi a ricordare il martirio, il terzo a
significare la sua purezza, il libro invece per la sua
sapienza e la sua funzione di protettrice
dell’intelletto.
Protettrice anche di alcuni ordini religiosi quali i
Domenicani, i Benedettini e gli Agostiniani, Santa
Caterina è vissuta tra il III° e IV° sec. e suppliziata
sotto l’imperatore romano Massimino Daia. Il sovrano,
giunto ad Alessandria, ordinò un sacrificio agli Dei di
130 buoi, obbligando la popolazione a partecipare.
L’intrepida Caterina seguita dallo stuolo dei suoi
sapienti, si presentò davanti al tiranno contestandogli
simile imposizione e affermando di voler rimanere fedele
a Cristo. Caterina fu arrestata e poi martirizzata con
uno strumento di tortura a ruote uncinate, ma gli uncini
al contatto con le carni della Santa si piegarono e lei
ne uscì illesa. Fu poi decapitata e pare che dal collo
sgorgasse latte invece che sangue a simbolo della sua
purezza.
Non dimentichiamo la sua visione giovanile nella quale,
come altre mistiche, si vide sposa di Cristo.
Perché proprio Santa Caterina a Santa Tea ? Abbiamo visto i
simboli con i quali è raffigurata, tra questi si è detto
vi è la ruota, ebbene la Santa era protettrice anche di
tutte le arti e mestieri che utilizzassero la ruota come
strumento del proprio lavoro.
Da un atto notarile del 1585 ho rilevato che l’allora famiglia Gonnelli
aveva acquistato il podere di Santa Tea, compreso il
frantoio, dai Frati del Carmine, il frantoio era attivo
e fiorente fin dal 1426, possiamo quindi ipotizzare che
fossero stati i frati a volere la protezione della Santa
per la loro attività di lavorazione delle olive. Del
resto nella tradizione popolare legata ai lavori nei
campi, si ricorda il giorno di Santa Caterina come
l’inizio della raccolta delle olive. Un antico detto
afferma “per Santa Caterina si coglie l’oliva”.
Ora vediamo delle immagini di Matrimoni Mistici di Santa Caterina
d’Alessandria:
Immagine 15:
il Bergognone, matrimonio mistico di Santa Caterina
d’Alessandria e Santa Caterina da Siena del 1490.
Immagine 16:
Filippino Lippi, matrimonio mistico di Santa Caterina
d’Alessandria del 1501.
Immagine 17:
Parmigianino, matrimonio mistico di Santa Caterina
d’Alessandria, raffigurante Santa Caterina, i Santi
Giovanni Battista e Giovanni Evangelista del 1521.
Tutte le opere sono state commissionate da ordini monastici quali i
Certosini, Domenicani e Suore Benedettine.
Questo è quanto ha suggerito l’iconografia dell’affresco come primo
riferimento a una possibile committenza. L’altra
possibilità sempre per quanto riguarda la committenza è
data, forse, dal coinvolgimento della famiglia Carnesecchi che aveva possedimenti a Santa Tea. Anche
loro legati alla figura di Caterina d’Alessandria in
quanto una loro Cappella in S.Maria Maggiore di Firenze
è dedicata alla Santa. Era affrescata da Paolo Uccello e
arredata con una tavola di Masaccio e Masolino, siamo
però nella prima metà del ‘400 quando i Carnesecchi
erano forse al massimo del loro splendore. La
documentazione al momento mi impedisce di dare risposte
certe, ma non escludo che i Carnesecchi siano stati i
committenti oppure abbiano fatto una donazione,
come spesso avveniva per le famiglie di un certo ceto,
al Monastero dei Frati del Carmine.
Andiamo avanti, con l’immagine 18 dal
punto di vista stilistico la Santa rimane la figura meno
riuscita, vedete il braccio troppo lungo rispetto al
busto, la distorsione all’attacco della spalla, il collo
stretto, il mento un po’ abbondante. Risulta strano che
la figura principale sia un po’ trascurata, si può
pensare ad una mano diversa di “bottega”, il restauro ci
aiuterà a capire meglio se sia così o se si tratta di
una diversità voluta dall’artista per dare maggiore
risalto all’altra figura. L’atteggiamento di Caterina è
estremamente umile, la testa abbassata, lo sguardo
anche, la pone in una posizione molto umana, terrena.
Passiamo alla figura
(immagine 19) che reputo più interessante per la bellezza
classica, rinascimentale appunto. Difficile stabilire
l’identità per i pochi dati iconografici che abbiamo. Da
una indagine attenta del contorno della testa ho potuto
rilevare un chiarore circolare che inizia dalla parte
posteriore e prosegue in una linea diagonale continua
che si perde nella parte anteriore, si tratta di
aureola, che poteva essere raffigurata come un disco in
prospettiva, il tempo ha cancellato quasi del tutto
questo particolare. Si tratta probabilmente
dell’immagine di una Santa, non di angelo o arcangelo in
quanto l’angelo in quel periodo, e non solo, viene
raffigurato con la chioma dai capelli sciolti.
L’arcangelo di solito ha il tipico “caschetto”, solo una
Santa può avere acconciature particolari. Qui i capelli
sono raccolti in una sorta di treccia e poi sciolti,
anche l’accenno di veste sembra semplice rispetto
all’iconografia angelica. Certo rimane una bellezza
altamente eterea, dall’espressione mistica, lo sguardo
lontano, l’iride chiara che acuisce il senso di
spiritualità del volto, la delicatezza dei tratti
somatici, il classicismo delle proporzioni, la sottile
plasticità che lascia penetrare la luce creando una lumiscente opalescenza, il delicato sfumato sulla
palpebra superiore, verso la tempia, l’ombra nel collo e
sulla mandibola, tutto ciò mi fa pensare che l’autore
abbia ritrascritto un immagine angelica di Leonardo. Con
l’Angelo dell’Annunciazione del 1475
(immagine 20) vi è quasi una specularità nella linea del profilo, ma
l’intenzione qui non è naturalistica ma astratta,
metafisica. La figura assiste silenziosa all’evento.
Inoltre, guardando uno
degli ultimi ritratti del Ghirlandaio, quello di
“Giovanna Tornabuoni”
(immagine 21), possiamo notare che il volto, anche qui, è
trattato in modo davvero metafisico.
Per quanto riguarda l’identità della Santa al momento si possono fare
solo delle ipotesi. Santa Caterina d’Alessandria viene
raffigurata spesso con altre Sante quali: Margherita,
Rosa, Barbara, Dorotea ecc., le due figure che ho preso
in analisi, che mi sembravano possibili per motivi
diversi, sono Tecla e Maddalena.
Tecla dal greco “divino”, “lucente”, era il nome originario della
chiesa di Santa Tea. Anche se la Santa era difficilmente
raffigurata nel ‘500, qualora i committenti fossero
stati i Frati potevano aver voluto raffigurare questa
Santa insieme a Caterina. Ho trovato una possibile
connessione tra la storia della Santa e un frammento
rimasto visibile ai piedi della stessa: vedete si tratta
di sassi, pietre sparse sul prato
(immagine 22).
Nella vita di Santa Tecla si narra l’episodio che riuscì a sfuggire ai
suoi persecutori scomparendo tra le rocce. In una
immagine dell’ottocento ho visto la Santa raffigurata
con un masso ai piedi. Naturalmente in fase di restauro
se sarà scoperta la sinopia potremo vedere se si tratta
solo di elemento decorativo oppure se avrà una reale
connessione con la Santa.
L’altra ipotesi, quella della Maddalena, è più probabile dal punto di
vista iconografico in quanto è raffigurata spesso con
Santa Caterina. Vedete ad esempio questa tavola di
Raffaellino del Garbo, del 1508
(immagine 23), per i frati vallombrosani, dove
Santa Caterina è dipinta insieme a Maddalena.
Un’altra opera di Raffaellino del Garbo del 1510, anche qui la Vergine
e Bambino con Maddalena e Santa Caterina d’Alessandria
(immagine 24).
Infine Macrino d’Alba “sposalizio
mistico di Santa Caterina” (immagine 25), del 1507, con Giovanni Battista,
Francesco, Gerolamo, Vincenzo Ferreri e, ancora,
Maddalena.
Maria Maddalena è stata la discepola più amata da Cristo: quale
testimone migliore di lei! Se pensate che sia sempre
raffigurata con i capelli sciolti non è così, anche
Raffaello nella Deposizione di Cristo la raffigura con i
capelli lunghi ma raccolti.
Nel paesaggio dietro le figure trovo influenze del Perugino, nel
tratteggiare alberi così filiformi e delicati, immersi
nella campagna.
A questo punto vorrei dire due parole sulle figure dei Santi a
cominciare da Giovanni Battista
(immagine 26).
Qui ci troviamo di fronte ad un rilievo scultoreo vero e
proprio, vedete la forza del disegno che scolpisce le
palpebre, il chiaroscuro sapiente del naso che termina
in un lume deciso, l’ombra che scava il volto, il
movimento inquieto delle pieghe dei capelli, giù fino
alla massa imponente dell’abito e della spalla, quasi un
bassorilievo. Il volto potrebbe sembrare successivo
rispetto alla Vergine e alle Sante, ma dalla
monumentalità dell’insieme, dalla spalla del Santo, che
ricalca nel segno e modulo quella del Bambino Gesù , si
può ipotizzare la stessa mano. Trattandosi di volto
maschile, l’autore può rinforzare il tocco. Del resto,
l’attaccatura del naso, le sopracciglia, ancora la posa
di 3/4 e lo sguardo, richiamano il volto della Vergine.
Guardate quest’opera di Sebastiano Mainardi, collaboratore del
Ghirlandaio (immagine 27), i lumi sul naso e
intorno agli occhi degli angeli, quanto siano simili a
quelli del Battista. Questo dimostra che dalla bottega
del Ghirlandaio uscivano pittori dall’ottima capacità
disegnativa.
Il San Pietro (immagine 28) ha dei
tocchi, così materici nella pittura, davvero
interessanti ed il modo di lumeggiare i capelli, la
barba e i baffi è notevole. Lo sguardo è profondo
accentuato dalle pieghe della fronte, sembra che si
volti in quell’istante a guardare Francesco. Anche qui
il modo di lavorare il panneggio dell’abito ci riportano
a quello del manto della Vergine, a rafforzare l’ipotesi
che si tratta della stessa mano.
Nel San Francesco (immagine 29).
l’espressione di sofferta remissività, data dallo
sguardo un po’ spento, la plasticità meno risolta che
tende ad appiattire la figura, rende meno vitale l’mmagine,
ma certo nelle tre figure dei Santi si avverte la
caratterizzazione ritrattistica del Ghirlandaio.
L’ultima immagine è quella del probabile San Giovenale
(immagine 30),
riconoscibile dal libro e dal pastorale rivolto con la
curvatura verso il popolo e che ho tratto
dall’iconografia dello stesso Santo nel Trittico di
Masaccio.
Anche le cornici che ornano le figure dei Santi ricordano alcune
decorazioni del Ghirlandaio.
Per terminare posso dire che il pittore del Tabernacolo di S. Tea è di
Scuola del Ghirlandaio anche se ha rinunciato
all’elemento ornamentale tipico del Maestro,
avvicinandosi di più alle origini classiche e allo
spazio grandioso e sintetico masaccesco. Sebbene le
influenze e certi dettagli, come abbiamo visto, lo
pongono a pieno titolo nel Rinascimento, anche solo per
essere riuscito a creare tale armonia d’insieme.
Testimonianza della nostra storia e della nostra cultura artistica
questa è un’opera che non può andare distrutta. Ho dato
il mio modesto contributo perché ciò non avvenga. Adesso
sta a voi sensibilizzare e coinvolgere la popolazione
affinché questo restauro si attui.
Quest’opera appartiene a tutti noi.
Alessandra Ceccherelli”
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