SINOPIARTE
L’AMBIENTE E LA STORIA ANTICA
Faella non ha l’incantesimo di San Gimignano, né l’affascinante scenografia dei borghi antichi. Soffocata nella moderna ottusità è soltanto un modesto paese, insignificante dal punto di vista architettonico.
Collocata nella provincia di Arezzo che rinnegherebbe a favore di un’antica fiorentinità e in un comune, quello di Piandiscò, spesso sdegnato per vecchie smanie campanilistiche o remoti dualismi, Faella non ha storie da raccontare, se non quelle del sudore della sua gente china nei campi, quelle degli ultimi avvenimenti bellici, o altre che noi ancora non conosciamo.
Eppure questo borgo ha origini antiche, anche se le informazioni pervenuteci sono scarse e tutte da verificare. Sicuramente i suoi più lontani abitanti furono l’elephans meridionalis e l’ursus etruscus i cui resti, qui rinvenuti(1), sono conservati al Museo Paleontologico di Montevarchi. Del resto nelle caratteristiche balze che lambiscono l’abitato è intuibile la sua storia geologica, che è poi quella del Valdarno Superiore.
Il Valdarno Superiore, scaturisce dal prosciugamento di un lago pliocenico, è una delle vallate che, come il Valdarno Fiorentino, il Casentino e il Mugello, contraddistinguono il territorio che faceva capo a Firenze. Questa terra possiede originali qualifiche geologiche e geografiche che ritengo inutile dettagliare in particolari descrizioni, per altro già avvenute(2).
Il luogo dove sorge il nostro paese si presenta come una ristretta conca, circondata da colline e ripiani. Le colline sono costituite da argille di colore bruno in superficie e azzurre in profondità. I ripiani sono formati da sabbie argillose e ciottoli gialli. Il territorio è costituito prevalentemente da materiali alluvionali: limi, argille, sabbie e ghiaie. Sotto a questi materiali si rileva un banco di argilla azzurro (turchino), ricco d’acqua. La vegetazione è formata da boschi (prevalgono la quercia e l’acacia), viti e colture erbacee.
La località prende il nome dal torrente che le scorre accanto. Nella ricerca dell’origine del toponimo Faella, le ipotesi di Silvio Pieri(3) che elenca il vocabolo nei nomi locali da nomi di piante sotto il termine di fagus (faggio), risultano inesatte.
Nella zona si rileva una toponomastica di origine germanica: Brolio, Foracava, Montecarelli. Di origine latina, con derivazione dalle condizioni del suolo sono i toponimi come Costa, Scala; dal nome di piante derivano Barberaia, Carpine, Ontaneto, Pratiglioni, Rantigioni; dal nome di animale Corbinaia. Invece, Castellare, è il termine usato per l’indicazione di castello abbandonato o distrutto.
Naturalmente la storia di Faella è intrecciata a quella del Valdarno, in merito, quindi, rimando alle pagine di più autorevoli e preparati ricercatori, mentre da parte mia, per meglio orientarmi, mi limito a brevi indicazioni storiche.
Nel Valdarno la storia vera e propria inizia con gli etruschi, pur essendo questi territori abitati anche nella preistoria. Le testimonianze, infatti, accertano che la fertilità di queste contrade e l’accrescersi dell’importanza commerciale di Arezzo, favorì una forte colonizzazione etrusca che si sviluppò sull’area collinare della riva destra dell’Arno, lungo la direttrice Arezzo-Fiesole. Più tardi i romani, dopo che ebbero assorbito il popolo etrusco, fondarono numerose colonie militari tra le quali quella di Firenze e, ovviamente, anche i nostri territori subirono l’influsso di Roma. I riferimenti sono dati dai resti di strade e d’insediamenti, riferibili al periodo imperiale(4).
Le vicende dell’impero sono note, come pure quelle riguardanti lo sviluppo di Firenze, o meglio di Florentia, che con il trascorrere dei tempi si trasformò nella principale città dell’Etruria. Da questo momento, con l’incremento della colonia fiorentina, iniziò per tutto il Valdarno un’epoca rigorosamente legata al destino di questa città.
L’importanza di Firenze coincise anche con un potenziamento viario. Nel 123 d.C., infatti, l’imperatore Adriano fece modificare la via Cassia con una nuova arteria di congiungimento da Chiusi a Firenze. Questo itinerario, posto sulla riva sinistra dell’Arno, per un certo tratto si snodava tra il Valdarno e il Chianti, quasi parallelo alla Cassia Vetus edificata sulla riva opposta intorno al 180 a.C., forse su tracciato etrusco, e adesso identi-ficabile con la strada dei Sette Ponti.
Sicuramente questo incremento viario accrebbe i siti romani nelle zone collinari del Valdarno. L’occupazione di Roma, infatti, è riscontrata an-che nella toponomastica, poiché i nomi dei fondi coltivati in questo periodo sono formati dall’indicazione del proprietario con l’aggiunta del termine ano (p. es.: Cappiano, Certignano, Morgnano, Moriano, Persignano, Pulicciano)(5).
Il lento trascorrere dei secoli, che qui saltiamo a piè pari, trascinava l’impero romano verso le fatali vicende. I nemici di Roma e gli eventi contro di essa si moltiplicarono, portandola così verso il definitivo crollo che è normalmente indicato con il 476 d.C.
Dopo i saccheggi di Roma, nel 410 a causa dei Visigoti e nel 455 dai Vandali, che ormai dimostrarono l’incapacità di resistenza da parte del-l’impero, le guerre e le distruzioni provocate dalle invasioni barbariche coinvolsero tutte le terre romane, compreso l’intero contado fiorentino.
Successivamente anche l’invasione longobarda provocò guerre e distruzione, soprattutto nel Casentino e nelle zone limitrofe del Pratomagno, dato che Arezzo si trovava sotto la sfera di influenza dei Bizantini che, alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, si definirono i veri eredi di Roma.
Nei periodi seguenti il processo di disboscamento e di prosciugamento delle zone paludose, certamente doveva permettere l’acquisizione di nuove terre, anche se la viabilità continuava a svilupparsi a mezza costa, evitando i fondovalle ancora impaludati.
La Cassia Vetus, la più antica strada(6) che congiungeva Fiesole e Firenze con l’Etruria, passava da Pontassieve, Pelago, Pitiana, Cascia, Piandiscò, Castelfranco, Certignano, Gropina, San Giustino, Arezzo. Sulle ultime propaggini del Pratomagno, oltre le sorgenti dei torrenti che portano le loro acque verso l’Arno, un altopiano conduce da Pietrapiana a San Giustino. Questo rilievo pianeggiante aveva assicurato la singolare opportunità di costruire un valido percorso, identificato come accennato in precedenza con la strada dei Sette Ponti, sopra i territori impaludati della Valle dell’Arno dove, allineate lungo la via, sorsero le chiese plebane medievali di Pitiana, Cascia, Sco, Gropina, San Giustino.
Le caratteristiche storico-artistiche di queste antiche chiese sono state descritte da vari autori(7). Molti studiosi sostengono, sicuramente con ragione, che le pievi si formarono seguendo l’antico sistema dei pagi romani, ottenendo verso l’VIII sec. d.C. un definitivo ordinamento religioso e organizzativo. Con l’evoluzione generale e l’incremento demografico sviluppatosi nei secoli XI-XIV, la disposizione ecclesiastica fu disciplinata verso nuove forme organizzative: i popoli delle comunità locali medievali, infatti, furono riuniti intorno alle pievi ormai trasformate, pur conservando il loro ruolo religioso, in vere e proprie composizioni socio-territoriali.
Note
1. La località è ricordata da E. Repetti (“Dizionario geografico fisico storico della Toscana”, Firenze 1883, v.II p.83) per il ritrovamento di ossa fossili appartenenti a quadrupedi di età preistoriche.
2. G. BILLI, “Conoscere il Valdarno”, Comune di Cavriglia, 1980;
A. CECCONI-C. RISI, “Il Valdarno Superiore quando era un lago”, LEF, 1978.
3. S. PIERI, “Toponomastica della Valle dell’Arno”, 1919 Roma.
4. T. CINI, “Appunti storici sulla Valle dell’Ambra”, Montevarchi 1907;
I.G.M., “Edizione archeologica della carta d’Italia”.
5. S. PIERI, “Toponomastica”, cit.
6. J. PLESNER, “Una rivoluzione stradale del Dugento”, Papafava 1980.
7. E. REPETTI, “Dizionario geografico”, cit.;
G. MOROZZI, “Interventi di restauro”, Bonechi 1979;
M. SALMI, “Chiese romaniche della campagna Toscana”, Electa 1958 e “Civiltà artistiche della terra aretina”, Novara 1971;
A. SECCHI, “Arte nell’aretino”, Firenze 1975;
S. MANNESCHI, “Notizie storiche del Comune di Loro Ciuffenna”, Arezzo 1921;
A. SCARINI, “Pieve romaniche del Valdarno Superiore”, Calosci 1985.
ROBERTO CELLAI
IL CASTELLO DI RINUCCINO E IL POPOLO DI SANTA MARIA A FAELLA
(Notizie di un edificio scomparso e di un villaggio aperto nel Contado Fiorentino)
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