SINOPIARTE
ROBERTO CELLAI
IL CASTELLO DI RINUCCINO E IL POPOLO DI SANTA MARIA A FAELLA
(Notizie di un edificio scomparso e di un villaggio aperto nel Contado Fiorentino)
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I MULINI AD ACQUA DELLA FAELLA
Com’è noto, a partire dall’XI secolo si sviluppò in Europa una generale ripresa economica che favorì il processo di espansione e di conquista dei territori da destinare all’uso agrario. In questo periodo numerose furono le innovazioni che migliorarono le tecniche agricole. Tra questi il mulino ad acqua assunse un’importanza fondamentale nella vita contadina raggiungendo, nel XII secolo, una totale diffusione in tutta Europa(1).
“Nella vita dei contadini il mulino aveva un’importanza che difficilmente può essere sopravalutata. Grazie al continuo viavai, alla necessità per gli utenti di far la coda per ottenere la farina, esso era un importante luogo di incontro per la società rurale e un canale di diffusione delle notizie e delle idee”(2).
In una iniziativa editoriale del Comune di Figline Valdarno(3), relativa a uno studio sulle condizioni economiche e sociali verso la fine del Quattrocento e basata sul materiale dell’archivio del locale Ospedale Serristori, viene rilevato l’esistenza di due mulini a Faella.
I mulini erano collocati sul torrente Faella, nel tratto tra il Casato e L’Acquino e appartenevano, appunto, allo Spedale di Figline, ottenuti in lascito(4). L’uso di queste strutture era concesso in affitto, tramite il pagamento di un canone in natura. Soltanto un certo Martino di Salvatore “affittuario dal 17 gennaio 1495 al 6 agosto 1499 di uno dei due mulini che l’ospedale aveva a Faella, è infatti costretto a fare uno speciale accordo per pagare in denaro anziché in staia, calcolando per ogni staio un valore di 45 soldi”(5).
Gli altri affittuari del mulino e delle sue attrezzature, pagavano per l’annuale canone in natura: 84 staia di grano, 12 paia di piccioni, 1 paio di capponi, 1 libbrea di cera e 60 uova. L’unica eccezione era data da Bartolomeo di Chimente detto El Biadino che pagava invece sei staia di grano al mese(6). L’attrezzatura del mulino era composta da: “una macina pratese con un cerchio di ferro per l./25; una macina alberese per l./15; un ritricine, l./2; una ralla; un punteruolo, due cerchi di ferro nel ritricine, l./2, un martello per l./2; un palo di ferro a penne; un bozolo di rame; un archa di faggio di tenuta st.25 incirca”(7).
Note
1.M. BLOCH, “Avvento e conquista del mulino ad acqua in Lavoro e tecnica nel Medioevo”, Laterza Ed. 1990.
2.G. CHERUBINI, “Signori, Contadini, Borghesi”, cit., p.219.
3.G. PASQUALI, “Economia e società a Figline alla fine del Quattrocento”, Opus Libri 1990.
4.Ibid. p.10: “alcuni appezzamenti di terreno posti nel comune di Castelfranco, popolo di S.Jacopo a Montecarelli, luogo denominato Faella, appezzamento che nel 1446 sono annoverati tra le proprietà dell’ospedale e che nel 1427 comparivano invece tra i beni di Antonio di Ristoro Serristori, ASF Catasto 638 c.26 e Catasto 72 c.29 v.”;
“Genealogia e storia della famiglia Serristori di Firenze”, L’Arte della Stampa-Succ.Landi, 1924, p.28/9.
5.G. PASQUALI, cit., p.21, n.14.
6.Ibid. p.21.
7.Ibid. p.21, n.17.