SINOPIARTE
ROBERTO CELLAI
IL CASTELLO DI RINUCCINO E IL POPOLO DI SANTA MARIA A FAELLA
(Notizie di un edificio scomparso e di un villaggio aperto nel Contado Fiorentino)
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IL PIVIERE DI SCO E IL VILLAGGIO APERTO DI FAELLA
La Pieve di S. Maria a Sco, affidata alla giurisdizione dei vescovi di Fiesole, è ricordata per la prima volta il 12 marzo 1009, in un atto di dona-zione da parte della famiglia degli Uberti a favore dell’Abbazia di Santa Trinita in Alpe(1).
Il significato di pieve è quello di chiesa con diritti battesimali. Per piviere o plebato si intende, invece, la sua parrocchia; cioè l’insieme delle piccole chiese rurali, prive di fonti battesimali, situate nel suo territorio. L’unione dei pivieri formavano il vescovado, discendimento diretto della civitas romana(2).
La pieve di Sco probabilmente venne innalzata dopo che il lento processo di espansione del cristianesimo trovò la totale affermazione anche nelle nostre campagne, fino allora legate a religioni pagane(3). Il cristianesimo, infatti, si era affermato con rapidità nei principali centri urbani della Toscana, mentre aveva stentato a diffondersi tra i contadini. La nuova religione iniziò a consolidarsi durante il pontificato di Gregorio Magno (590-604), per poi ottenere, nel corso dei secoli successivi la piena stabilità che portò all’edificazione e al restauro degli edifici sacri, anche in quelle zone rurali che necessitavano di una più marcata identità religiosa(4). Fin dall’854, anno da cui provengono notizie dell’unione provvisoria dei comitati di Firenze e Fiesole(5), il territorio delle due diocesi appariva punteggiato da una fitta schiera di chiese battesimali.
L’impulso di rinnovamento non si limitò all’ambito religioso, ma si rifletté positivamente anche nella vita civile, favorendo i processi di muta-mento agrario. Nei secoli seguenti, tramite il dissodamento e la bonifica, si giunse al recupero di molti territori da destinare all’agricoltura.
Con la presa e la distruzione di Fiesole da parte dei fiorentini, avvenuta nel 1125, il controllo territoriale di Firenze si spinse con più efficacia verso il Valdarno Superiore dove prevaleva il feudalesimo dei vescovi di Fiesole.
Intorno al 1170, Firenze costruì una nuova cinta di mura e, procedendo al frazionamento dei quartieri di Por S. Maria e Porta Duomo, costituì una diversa organizzazione amministrativa della città(6). Nacquero così i sesti o sestieri. A ognuno di essi venne conferito una giurisdizione rurale: il territorio di Sco venne assegnato al Sesto di Por S. Piero.
Nel 1260 l’esercito di Firenze venne disastrosamente sconfitto a Montaperti dalle truppe senesi, unite ai ghibellini delle altre città della Toscana capeggiate da Farinata degli Uberti. Il Comune di Firenze, per far fronte all’azione di guerra intrapresa contro Siena, aveva invitato i popoli del contado ad un tributo straordinario di grano per sostenere l’alleata Montalcino, stretta d’assedio.
Il Libro di Montaperti(7) raccoglie tutti gli atti della suddetta impresa bellica. E’ un vero e proprio archivio dell’esercito del Primo Popolo Fiorentino. Questo incartamento costituisce una fonte importante, completa di dati e indicazioni utili per determinare l’effettiva condizione dei popoli del contado. Sicuramente i popoli maggiormente impegnati nella contribuzione di grano dovevano essere anche i produttori più importanti e, probabilmente, possedevano un preminente numero di abitanti, dato che le attribuzioni fiscali dell’epoca erano stabilite a seconda dell’estimo patrimoniale.
Mentre Figline Valdarno contribuì con 207 staia di grano su 14 popoli, Gropina con 189 staia su 16 popoli, Cascia con 139 staia su 14 popoli, Incisa con 81 staia su 7 popoli, Pitiana con 57 staia su 13 popoli, il plebato di Sco si impegnò nell’approvvigionamento di Montalcino con 94 staia di grano, ripartite tra i dieci popoli che lo componevano.
I documenti relativi alla promessa di fornitura di grano, sono tuttavia viziati da un dato di fondo rappresentato dal fatto che non riassumono totalmente la produttività locale, poiché non tengono conto delle proprietà appartenenti ai cittadini, o a individui trasferiti in città, e fiscalmente assoggettate ai relativi sesti di appartenenza.
Un’altra importante fonte storica, sempre di natura fiscale, è rappresentata dalle liste pontificie Rationes Decimarum Italiae. Si tratta di due volumi dove sono elencati gli enti ecclesiastici assoggettati all’imposizione fiscale denominata Decima, a favore della Chiesa per gli anni che vanno dal 1274 al 1305(8). La Decima offre la possibilità di stabilire il valore economico ecclesiastico, complessivo e anche di ogni singola chiesa. Non permette invece, per quanto riguarda il nostro plebato, un confronto con la tassazione del Libro di Montaperti in quanto Sco e le sue chiese dipendenti non sono trascritte nei relativi elenchi. Comunque, in quella circostanza, le chiese di Sco versarono globalmente alla Sede Apostolica 28 libbre e 9 soldi, somma relativa alle due rate semestrali 1276/77 della Decima sessennale del 1274/80. Contemporaneamente Cascia pagò 55 libbre e 9 soldi, Gaville 54,7, Figline 37,5, Incisa 30,32 e Pitiana 15,5. Mentre per Gropina si conosce soltanto la rata semestrale del 1275 per un totale di 79 libbre e 18 soldi.
La Decima consente di stabilire con più precisione la collocazione territoriale dei vari insediamenti di ogni giurisdizione. Permette il raffronto con i popoli del Libro di Montaperti e fornisce notizie sulla proprietà ecclesiastica. Naturalmente presenta anche i suoi limiti che impediscono di stabilire la consistenza patrimoniale delle singole chiese, oppure risulta incompleta per l’esclusione degli enti esenti dal pagamento del tributo.
In definitiva, comprendiamo dalle due fonti, che i principali centri abitati erano collocati in prossimità delle valli sorte dai laghi del Valdarno Superiore, del Mugello e del Casentino, dato che in queste zone viene rilevata la maggiore possibilità contributiva e, in conformità, produttiva. Ai principali centri si aggiungevano altri insediamenti più modesti. Infatti gli storici ci rivelano che a “partire dagli anni venti-trenta del secolo XII fino all’inizio del successivo si andarono formando all’interno delle pievi rurali, le parrocchie”(9). Quasi tutte le chiese plebane furono rinnovate, assumendo forme romaniche, e si edificarono le chiese suffraganee. La pianta di queste ultime costruzioni, di solito, era improntata alla più grande semplicità: una navata rettangolare coperta da travi di legno e conclusa con un’abside circolare.
E’ presumibile che anche la chiesa di Faella sia stata fondata in questo periodo, anche se il suo impianto iconografico, a causa delle molteplici trasformazioni, è attualmente caratterizzato da un modesto stile barocco che non permette una precisa datazione d’origine: soltanto ricerche archeologiche potrebbero fornite indicazioni più precise.
Certamente la chiesa di S. Maria a Faella, eretta su bassa collina alla destra dell’Arno, a circa 5 Km da Figline Valdarno, nella piana alluvionale del torrente omonimo(10), fu costruita in coincidenza con l’epoca in cui la pianura, ormai bonificata, iniziava a essere messa a coltura. Questa fondazione ecclesiastica era compresa, appunto, tra le suffraganee della Pieve di Sco.
Attualmente le uniche notizie documentate di questa chiesa risalgono al 1260(11) , ma la sua edificazione è senz’altro antecedente poiché il fenomeno di edificazione delle chiese rurali si esaurì nella metà del XIII secolo e, raramente, dopo quel periodo furono costruiti nuovi edifici reli-giosi(12).
L’insediamento attorno alla chiesa di Faella, consacrata a Santa Maria(13), era un popolo, un villaggio aperto, cioè, secondo la dizione usata nel territorio fiorentino, il raggruppamento di case attorno a una chiesa non battesimale e privo di mura difensive. Era diretto da un rettore che lo regolava alle dipendenze della Pieve di Sco.
“I piccoli popoli eleggevano i propri rectores, costoro eleggevano insieme un sindicus che, quando era necessario, rappresentava il piviere davanti al quartiere urbano o davanti al comune. Il comune levava le imposte proprio presso i rettori dei diversi popoli, a loro richiedeva il servizio militare e il vettovagliamento dell’esercito e così via”(14).
Riutilizzando le liste di Montaperti, vediamo che il popolo di Faella si impegnò per la fornitura di 4 staia di grano. I centri vicini, evidentemente molto più popolati, promisero un contributo più elevato. L’altra fonte storica, le liste della Rationes Decimarum Italie, ci danno soltanto l’opportunità di constatare che la chiesa di S. Maria a Faella, nel 1276, pagò 2 libbre e 10 soldi per le rate semestrali della decima dovuta come tributo alla Chiesa.
Nel 1312, la diocesi di Fiesole soppresse la chiesa di San Michele a Favilla(15) e il suo popolo fu riunito a quello di Faella. Il fatto è stato considerato come una necessità dovuta alla precarietà dell’edificio di Favilla, anche se molti ricercatori evidenziano che, in quei secoli, le fusioni parrocchiali erano piuttosto frequenti a causa di crisi demografiche(16). D’altronde numerose testimonianze attestano che lo stato di conservazione di questi edifici era veramente pessimo fino a minacciare, in certi casi, la completa rovina. Qualunque sia stato il motivo, la fusione dei due popoli incrementò ovviamente Faella che allargò la propria giurisdizione, toccando i confini di Viesca e Ostina.
Intanto, nel 1299 i consigli fiorentini avevano deliberato di costruire alcune Terre Nuove(17). Firenze, allo scopo di migliorare le difese del Valdarno, ma soprattutto preoccupata di consolidare la propria supremazia nelle campagne, decise di edificare gli insediamenti fortificati di San Giovanni Valdarno, Castelfranco di Sopra(18) e successivamente Terranuova Bracciolini.
Castelfranco fu edificata nel 1299(19) in località Casauberti presso Soffena. La popolazione che vi domiciliò venne composta dai terrazzani locali seguaci degli stessi feudatari contrastati da Firenze. I nuovi abitanti furono esentati per dieci anni da ogni tassa.
Lo statuto di questo Comune risale al 1394(20) ed è conservato nell’Archivio di Stato di Firenze al n.173. L’organo deliberativo comunale di maggior importanza era il Consiglio Generale. Il Consiglio era composto da 108 consiglieri in rappresentanza dei 13 popoli che componevano la comunità. Il numero dei rappresentanti variava per ciascun popolo, probabilmente in rapporto agli abitanti(21). Il Consiglio Generale aveva un durata di 18 mesi. Ogni sei mesi un terzo dei componenti si avvicendava alla guida amministrativa. La nomina dei sindaci e dei rettori, invece, avveniva nel seguente ordine: “i consilglieri del popolo di Sancto Miniato eleggano il primo anno il sindico et rectore del decto comune, i consilglieri del popolo di Sancto Godenzo il secondo anno, i consilglieri del popolo di Sancto Michele di sotto il terzo anno, i consilglieri del popolo di Sancto Iacopo da Montecarelli il quarto anno, i consilglieri del popolo di Sancta Maria da Faella il quinto anno, i consilglieri del popolo di Sancto Tommè il sesto anno, i consilglieri del popolo di Sancto Andrea a Puliciano il septimo anno, i consilglieri del popolo de la pieve di Sco l’ottavo anno, i consilglieri del popolo di Sancto Mattheo da Caspri il nono anno, i consilglieri di Sancto Donato da Menzano il decimo anno, i consilglieri del popolo di Sancto Salvadore l’undicesimo anno, i consilglieri del popolo di Sancto Donato da Ciortignano il duodecimo anno, i consilglieri del popolo di Sancto Michele di sopra il tredicesimo anno, et così di tempo in tempo seguitando per ordine, et quando saranno a l’ultimo poi si rifaccino da capo, et in questo modo si segua in perpetuo”(22).
Intanto, dal XIII secolo in poi, i plebati erano stati sottoposti a modifiche territoriali, perdendo molte delle loro funzioni di amministrazione civile che furono assorbite dalle leghe, ormai in fase di ascesa.
Nelle nostre località, probabilmente dopo la costruzione delle terre nuove, alle leghe vennero affidate, attraverso una nuova ripartizione terri-toriale, mansioni militari, di controllo pubblico e di relativo potere giuridico.
Il Valdarno, nel 1309, risulta suddiviso in sei leghe: Rignano (San Gervasio), Cascia, Val d’Avane, Figline e Incisa; Castelfranco (Casauberti), San Giovanni e Montevarchi(23).
Castelfranco, terra fortificata a cui apparteneva il territorio di Faella, sicuramente rappresentava l’istituzione più qualificata e organizzata, con funzioni strategiche, economiche e giuridiche, per garantire gli obbiettivi di Firenze in quella parte della campagna fino allora basata sulla pieve di Sco. Tant’è vero che nella metà del Trecento tutti i popoli di Sco risultano uniti nella Lega di Castelfranco(24).
Fin dal 1376, la struttura delle leghe era disposta in podesterie, senza tuttavia modificare essenzialmente la struttura amministrativa fondata sull’antica organizzazione dei popoli e dei pivieri. L’organizzazione territoriale fiorentina subì ulteriori cambiamenti. Dal 1415, in una nuova riparti-zione della città e del contado, il piviere di Sco fu destinato al Quartiere di San Giovanni.
Nel 1427, per valide necessità fiscali, fu istituita una diversa magistratura denominata dei Cinque Conservatori del Contado e, sempre in quell’anno, venne costituito il Catasto.
Le denunce catastali del 1427 rappresentano la fonte più importante del periodo per l’analisi della popolazione. In quei secoli il Piviere di Sco era composto da 1.656 abitanti, suddivisi in 366 nuclei familiari. Dai dati di questo primo catasto(25) notiamo che Faella era composta da 35 fami-glie, per un totale di 144 abitanti(26) .
Concludo questa breve e incompleta cronistoria del nostro territorio, nel momento in cui la società fiorentina era ampiamente sviluppata: ma, ormai, si avvicinavano i tempi dei suoi nuovi tiranni, i Medici, che avrebbero annientato definitivamente la Repubblica di Firenze.
Note
1.R. DAVIDSOHN, “Storia di Firenze”, Sansoni 1957/69: “Due monaci tedeschi, Eriprando e Pietro, fondarono con altri fratelli un convento nelle solitudini dell’Appennino fiorentino. Dopo un pellegrinaggio a Roma avevano deciso di non separarsi più. Fondarono quindi un ospizio nel “deserto delle Alpi” (col nome Alpi si designavano allora gli Appennini più alti), ma i calori estivi prosciugarono le fonti e i temporali distrussero la loro casa. Decisero perciò di aspettare qualche oracolo che indicasse loro dove scegliere la nuova dimora e questa indicazione credettero vederla nel vento che portò alcune assicelle del tetto rovinato in un luogo vicino. Ivi gorgogliava una fonte, le cui acque peraltro erano in voce di portare la febbre, tanto che i contadini ne avevano sbarrato il corso con un mucchio di pietre. I fratelli credettero, o fecero credere, di poter liberare con un miracolo dalla sua proprietà malefica quell’acqua, che probabilmente era solo inquinata. Vi entrarono dentro scalzi, preceduti dalla croce e la purificarono con acqua benedetta e con incenso; da quel tempo la fonte si chiamò benedetta e guarì la febbre anziché procurarla. Il nuovo convento dei monaci tedeschi prese il nome di “S. Trinitatis de fonte benedicto” e durò fino al secolo XVI sotto la denominazione un po’ mutata di “Santa Trinita dell’Alpi”. Sorgeva sui contrafforti del Pratomagno e le “Alpi della Badia di S.Trinita” ne portano ancora il nome. Quei dintorni appartenevano allora al Comitato di Firenze. La fondazione fu tra il 983 e il 996, come risulta dalla breve storia delle sue origini contenuta in una pergamena dell’A.S.F. Lo scritto è del XII secolo. La fondazione sarebbe avvenuta “temporibus Octonis regis” le quali parole, in un documento steso in Italia, non possono alludere che al regno di Ottone III. La prima notizia documentata della Badia è del 12 marzo 1009 ed essa è ricordata quale “S.Trinita, que est in Alpe ad vocabulo fonte benedicta”. Il conte Uberto II, figlio di Wido, nel 1014 stese nel suo castello di “Sophena, judicaria Florent.” un atto di donazione al convento di Santa Trinita dell’Alpi”.
2.J. PLESNER, “L’emigrazione dalla campagna”, Papafava 1979, p.23: “Il contado di una città si identificava generalmente con il territorio della sua diocesi, che a sua volta era più o meno identico alla “civitas” dell’età imperiale romana, costituita dal distretto con il suo centro urbano”.
3.G. MENGOZZI, “La città italiana nell’alto Medio Evo”, La Nuova Italia 1977, p.58 n.t.: “L’Imbart de la Tour, “La paroisse rurale”, ha acutamente osservato che la chiesa cattolica tentò sempre di soppiantare il paganesimo, insediandosi negli stessi luoghi ad esso destinati, per fruire della forza dell’abitudine, per cui si tende a continuare ad andare dove si è sempre andati”.
4.E. AMMAN, “Storia della Chiesa”, Torino 1953 – Rodolfo il Glabro, “Historiarum”: “l’anno terzo dopo il Mille accadde che in tutto il mondo, ma specialmente in Italia e nelle Gallie, s’incominciassero a costruire chiese, sebbene molte, per essere ancora in buone condizioni, non avessero punto bisogno di tale restaurazione, scuotendosi di dosso i vecchi cenci, si rivestisse dappertutto della bianca veste di nuove chiese. Insomma quasi tutte le cattedrali, un gran numero di chiese monastiche e fin gli oratori di villaggio furono allora restaurati dai fedeli”.
5.R. DAVIDSOHN, “Forschungen zur alteren geschichte von Florenz”, Berlino 1896.
6.J. PLESNER, “Una rivoluzione stradale”, cit., p.76.
7.C. PAOLI, “Il libro di Montaperti”, Documenti di Storia Italiana, IX, Firenze 1889.
8.P. GUIDI, “Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Tuscia I – Le Decime degli anni 1274-1280”, Città del Vaticano 1932;
M. GIUSTI – P. GUIDI, “Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Tuscia II – Le Decime degli anni 1294-1305”, Città del Vaticano 1942.
9.C. VIOLANTE, “Pievi e parrocchie nell’Italia centrosettentrionale durante i secoli XI e XII”, 6A sett. Internaz. di Studio, Milano 1-7.9.74, Vita e Pensiero 1977.
10. F. MOROZZI, “Dello stato antico e moderno del fiume Arno e delle cause de’ rimedi delle sue inondazioni”, Firenze 1766.
11. Cfr. Tavola 1
12. Cfr. I. MORETTI-P. RUSCHI-R. STOPANI, “Primo incontro con la Toscana del Medioevo”, LEF 1975.
13. Nel 1260, portavano la stessa dedicazione della chiesa di Faella una trentina di edifici religiosi collocati nel Sesto di Por S.Piero.
14. J. PLESNER, “L’emigrazione dalla campagna”, cit., p.154.
15. G. RASPINI, “Faella”, Sbolci 1958, p.6: “Per ragioni di staticità fu soppressa dal Vescovo Tedice con atto rogato nel 1311 dal notaro Ser Opizzo
da Pistoia”. (L’anno sicuramente è errato, dovrebbe essere il 1312).
16. G. CHERUBINI, “Signori, Contadini, Borghesi”, La Nuova Italia 1977, p.167: “Nella diocesi di Siena numerose sono nella seconda metà del secolo
(XIV), le fusioni di due parrocchie in una …”.
17.“Consigli della Repubblica Fiorentina” a cura di B. BARBADORO, Zanichelli 1921-30;
I.MORETTI, “Le Terre Nuove del Contado Fiorentino”, Salimbeni 1979.
18. G. VILLANI, “Cronica”, S. Coen 1844, libro VIII, cap. XVII: “… essendo il Comune ed il popolo di Firenze in assai buono e felice stato, con tutto che i grandi avessero incominciato a contradire il popolo
per meglio fortificarsi nel contado, e specialmente quelle de’ Pazzi di Valdarno e degli Ubertini ch’erano ghibellini (…) si ordinò che nel nostro Valdarno di sopra si facessero due grandi terre e castelli; l’uno era tra Fegghine e Montevarchi, e puosesi nome castello San Giovanni, l’altro in casa Uberti allo ‘ncontro passato l’Arno e puosengli nome Castelfranco...”;
E. SEQUI, “S. Filippo Neri e Castelfranco di Sopra”, Tip. Righi 1895, p.10: “E’ dunque manifesto che di quei tempi nel nostro Valdarno signoreggiavano fra le altre tre potentissime famiglie di parte ghibellina, cioè i Guidi, i Pazzi e gli Ubertini (…) I Guidi, tra i loro castelli dalla parte nostra, ebbero principalmente quelli di Barbischio, di Viesca, di Moncioni, di Terraio, di Groppina e di Loro. I Pazzi dominavano in quelli di Lanciolina, di Montemarciano, di Poggitazzi, della Trappola, di Montefortino, di Ostina, di Piantravigne, e di Piano di Mezzo. Gli Ubertini erano fortissimi in Gaville, e si teneano potenti a Traiana, a Laterina, a Ganchereto, al Tasso, a Castiglione detto perciò ancora degli Ubertini, a Risdruccoli e a Soffena”.
19.L’anno di fondazione viene spesso indicato nel 1296, cfr. G. Villani, Cronica, cit., libro VIII cap. XVII, ma la data della delibera delle “Provvisioni”, A.S.F., IX c.136 r., riporta il 26 gennaio 1299.
20.“Statuti dei Comuni di Castelfranco di Sopra e Castiglione degli Uberti”, a cura di G. Camerani Marri, Olschki Ed. 1963,
22.“Statuti”, cit. p.22.
23.M. TARASSI, “Incisa in Val d’Arno”, Salimbeni 1985, p.50.
24.G. RASPINI, cit. p.23: “Questa lega deve essere stata istituita nel 1296 (1299) quando Firenze, fondando Castelfranco per tenere a bada la prepotenza degli Ubertini e dei Pazzi del Valdarno lo assoggettò alla autorità di un Potestà da lei regolarmente inviato ogni sei mesi; se ne ha notizia nel 1322 e gli Statuti della lega portano la data del 1397”(1394).
25.C. KLAPISCH-ZUBER, “Una carta del popolamento toscano negli anni 1427-30”, Ed. F. Angeli 1983.